Dopo l’introduzione generale di un mese fa (è già passato un mese!), eccoci subito a quello che forse è il passo più difficile della transizione, la scelta del servizio di hosting. Nella maggior parte dei casi, per avere una presenza su internet dobbiamo appoggiarci ad una azienda (provider) che ci mette a disposizione il server che ospita il sito (il servizio di hosting propriamente detto) e tutta l’infrastruttura hardware e software che rende il sito raggiungibile attraverso internet.
La serie di Cartoni morti su YouTube me l’ha fatta conoscere mia figlia più piccola (che ormai è alta quanto me). Sono brutti, sporchi, sgraziati, a volte sono pure cattivi, ma riescono a mettere a nudo i meccanismi della cultura di massa più di tanti editoriali in giacca e cravatta.
Scrivere a mano mi piace. Sono un baby-boomer e per me usare carta e penna è naturale quanto usare lo smartphone per un adolescente di oggi.
Ma non c’è solo la carta, mi piace anche scrivere a mano sull’iPad. Con l’applicazione giusta si può usare il tablet come se fosse un vero e proprio foglio di carta, con il vantaggio di poter correggere quello che si scrive o di poter trasformare la scrittura a mano in un testo modificabile.
È successo anche a me, e proprio come l’avevano descritto Roberto e katsiematsi.
Giorni fa mi è arrivata una email che segnalava la pubblicazione di un nuovo post su Socket 3, uno dei blog che seguo di più in questo momento, che come Melabit si appoggia al servizio gratuito di WordPress.com.
Come promesso, con questo post inizia la descrizione quasi in tempo reale del passaggio del blog da WordPress.com ad un servizio di hosting più flessibile.1
Come ho già scritto tempo fa, WordPress.com offre un servizio impeccabile, comodissimo per chi vuole iniziare ad avere una presenza sul web. Il servizio è affidabile e ragionevolmente veloce, gli aggiornamenti sono automatici, praticamente non bisogna occuparsi di nulla tranne che di scrivere. È veramente difficile chiedere di più ad un servizio gratuito come questo.
Mentre cercavo di far comparire le inserzioni pubblicitarie alla fine dei miei post, mi sono reso conto di quanti servizi di profilazione (tracker) esterni a WordPress.com mettano il naso nelle pagine del blog.
Ci sono naturalmente gli onnipresenti social, collegati tramite i pulsanti di condivisione, e c’è Google Analytics, che lo stesso WordPress.com utilizza per misurare i parametri di accesso al sito.
Mentre leggevano uno degli ultimi articoli pubblicati, Roberto e katsiematsi (😃) si sono ritrovati abbonati senza volerlo ad uno di quegli stramaledetti servizi a pagamento di loghi, suonerie o giochini insulsi, veri e propri furti consentiti da una legislazione perlomeno distratta.
Con l’iPhone è un attimo, arrivati in fondo all’articolo basta toccare senza volere l’annuncio cattivo per ritrovarsi alleggeriti di parecchi euro (e con il fastidio di doversi anche dare da fare per annullare l’abbonamento).
A chiunque sia anche minimamente interessato allo sviluppo del software consiglio caldamente la lettura dell’articolo di Paul Rako, What’s All This Software Stuff, Anyhow?, appena pubblicato su Electronic Design.
Potrei sintetizzarlo in due parole, dicendo che lo sviluppo del software è una cosa estremamente complessa, ma che troppo spesso viene fatto alla carlona, senza fare tesoro delle lezioni imparate da altri campi dell’ingegneria, dalla progettazione dell’hardware a quella di strutture edilizie. Ma purtroppo darei solo una pallida immagine di quello che contiene l’articolo completo. E allora buona lettura!
Microsoft aveva un problema. Windows 3.1 era stato un grande successo, almeno per gli standard dell’epoca, e tanti utenti abituati al DOS avevano finalmente scoperto l’interfaccia grafica: “perché mai dovrei usare un mouse?” era una domanda ricorrente nelle riviste di quegli anni. L’aggiornamento apparentemente minore a Windows for Workgroups 3.11 aveva perfino spinto molti uffici a dotarsi di una infrastruttura di rete, anche se ancora molto acerba (spesso era necessario spegnere e far ripartire tutti i PC collegati allo stesso segmento di rete per risolvere i problemi più ostinati).
– Duncan Hull, Flickr.
Nella prima parte di questa storia abbiamo visto quello che è successo ai veri ideatori del metodo di calcolo noto come il metodo Rietveld, il cui contributo è stato fino ad oggi totalmente disconosciuto, ma che almeno hanno potuto continuare a svolgere la loro attività accademica e di ricerca.