– Fonte: Alex Padurariu su Unsplash.
Giorni fa Warren Buffett ha scioccato il mondo tecnologico filo-Android affermando che,
Se sei un utente Apple e qualcuno ti offre 10.000 dollari, ma l’unica condizione è che ti toglieranno l’iPhone e non potrai più comprarne un altro, non accetterai.
e aggiungendo che la stessa cosa non potrebbe mai accadere con altri prodotti, ad esempio nessuno si sognerebbe di rifiutare 10.000 dollari in cambio della promessa di non comprare mai più una data marca di auto, non importa che sia Ford, Fiat o BMW.
– Foto di Michael Dziedzic su Unsplash.
Una piccolissima aggiunta al post di ieri.
Ad un certo punto del suo lunghissimo thread su Twitter, Eyepatch Wolf si lamenta che Dell pretende 400 euro per un disco NVMe da 1 TB (possibile) e altri 430 per due supporti di plastica (sarà vero o è solo un’altra boiata?). Su questo punto non posso che dargli ragione.
Che dire del keynote Apple della settimana scorsa?
Sull’iPhone 8 solo qualche parola. Se ho contato bene questa è l’undicesima generazione di iPhone: nuovo vestito, questa volta di vetro, nuovo processore, nuovo display grafico, caratteristiche generali migliorate rispetto al modello dell’anno precedente. Un aggiornamento annuale ormai quasi scontato. Apple è praticamente obbligata a far uscire ogni anno un nuovo modello di iPhone, altrimenti gli analisti si annoiano, il titolo cala e la rete ribolle di sciocchezze sulla perdita di innovazione in casa Apple…
Non so voi, ma a me tutta questa attesa spasmodica per il nuovo iPhone mi fa venire l’orticaria. Sono mesi che girano voci incontrollate (ed incontrollabili) sulle caratteristiche del nuovo modello, sui suoi dettagli più minuti, perfino sul nome che potrebbe aver scelto Apple per festeggiare il decennale, una cosa veramente stucchevole.
L’articolo Accuracy in Wrist-Worn, Sensor-Based Measurements of Heart Rate and Energy Expenditure in a Diverse Cohort, pubblicato qualche giorno fa sul Journal of Personalized Medicine da Anna Shcherbina e coautori, sotto la guida del prof. Euan Ashley del Dipartimento di Medicina dell’Università di Stanford in California ha destato molto scalpore sul web.
Non sono un fanatico delle caratteristiche tecniche e delle specifiche hardware nude e crude. E non da oggi, ma dai lontani anni ‘70-‘80, quando nel settore allora molto popolare dell’audio ad alta fedeltà, dei parametri tecnici significativi come la risposta in frequenza piatta fino a ben oltre l’udibile o la distorsione ai limiti delle capacità degli strumenti di misura, non si traducevano necessariamente in una migliore esperienza d’ascolto, perché quello che contava di più era l’equilibrio generale del sistema d’ascolto e l’interazione fra i suoi componenti.
Non lo dico io, lo dice Repubblica, uno dei più diffusi ed autorevoli giornali italiani (però sta perdendo rapidamente posizioni in entrambi gli ambiti).
Una settimana fa Repubblica ha in prima pagina uno strillo relativo a
Blackberry, Motorola, Nokia, la vita breve dei grandi marchi.
Nonostante il giornale tratti da sempre malissimo tutto quello che sa di tecnologia (basta leggere le insulse recensioni di Jaime D’Alessandro sul Venerdì per accorgersene), vado lo stesso a leggere l’articolo. I marchi citati hanno fatto la storia della telefonia mobile e l’argomento che mi interessa a prescindere da chi ne scrive.
Sono riuscito a passare il sabato a Colonia senza imbattermi in nessun folle inseguimento di qualche criminale. Strano, a giudicare dal telefilm più famoso ambientato nella città Renana, queste corse di auto sono cose di ordinaria amministrazione, anche in pieno centro.
Nella zona commerciale nei pressi del Duomo mi sono imbattuto però in un Media Markt, l’equivalente dei nostri Media World. Potevo evitare di fare una visitina?
Non sono mai stato abbonato a Sky, né a Mediaset Premium, né a nessuno dei vari servizi di streaming a pagamento. A casa ci sto poco e mi piacciono solo poche cose in TV, mia moglie è interessata soprattutto alle notizie e per le figlie sarebbe una tentazione troppo grande.
Pochi giorni fa ho scritto che il sensore di impronte digitali sul Samsung Galaxy S5 era implementato in modo rischioso per l’utente e mi chiedevo quanto tempo sarebbe passato prima che fosse violato.
A differenza della Apple con il suo iPhone 5s, in cui il riconoscimento dell’impronta digitale serve solo a sbloccare il telefono, sostituendosi solo al codice di sblocco a 4 cifre (o più spesso a nessun codice di sblocco), la Samsung ha deciso di implementare gli strumenti software per integrare il riconoscimento delle impronte nelle applicazioni, usandolo ad esempio per accedere al proprio account PayPal.