Non è solo nostalgia. Parlare di Cray-1 oggi non serve solo a ricordare i bei tempi andati quando i pochi sacerdoti del computer programmavano direttamente in codice macchina, ma serve a mettere nella giusta prospettiva quello che abbiamo a disposizione oggi, paragonandolo a ciò che quarant’anni fa era considerato lo stato dell’arte, il meglio del meglio.
Cray. Oggi non se lo ricorda quasi nessuno (o magari pensa ad un supermercato), ma negli anni ‘70 e ‘80 Cray era sinonimo di supercomputer, quei computer potentissimi e inaccessibili usati per la ricerca nucleare o spaziale o per prevedere il tempo.
_Il Cray-1 esposto al Deutsches Museum di Monaco, presumibilmente l'unità appartenuta al Max Planck Institute di Garching, Monaco._ Per tutta la seconda metà degli anni ‘70 non esisteva nessun computer più potente del Cray-1, un bestione di due metri da 10 milioni di dollari (di allora, oggi corrispondono a più o meno il doppio), costruito in modo quasi artigianale. Il primo computer ad usare i circuiti integrati – solo quattro tipi diversi – distribuiti su centinaia e centinaia di schede elettroniche strettamente accoppiate, che producevano tanto calore da dover essere raffreddate con un sistema speciale a base di freon.
Come vede una persona affetta da retinopatia diabetica. Fonte: National Eye Institute, National Institutes of Health.
Nella mia classifica personale la notizia tecnologica dell’estate è quella della ragazzina indiana sedicenne, Kavya Kopparapu, che ha inventato EyeAgnosis, una app per smartphone accoppiata ad un obiettivo stampato in 3D che consente di diagnosticare a distanza la retinopatia diabetica, una malattia che colpisce un terzo dei malati di diabete danneggiando i vasi sanguigni della retina e che è la principale causa di cecità negli adulti tra i 20 e i 65 anni.
Come ho già scritto più volte su questo blog, il mio iMac di casa è un modello del 2008 a cui la semplice aggiunta di un disco esterno SSD ha dato nuova vita, rendendolo ancora perfettamente usabile per i normali usi casalinghi, nonostante un’età ormai quasi veneranda.
Pur essendo abituato ad usare macchine piuttosto potenti (e recenti), non noto grosse differenze nell’uso normale dell’iMac di casa, che non mostra mai (o quasi mai) quei rallentamenti che ci si aspetterebbero dalla sua età.
È tempo di vacanze e allora cosa ci può essere di meglio che fare una gita (purtroppo solo virtuale) sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS),1 che ci gira di continuo sulla testa alla bella velocità di 28.800 km/h e che in questo momento si trova esattamente qui?
Da qualche giorno infatti, dopo il Grand Canyon, Google Street View è arrivata anche sulla ISS. Con un semplice click possiamo andare a dare una occhiata alla cupola, da cui si possono controllare le operazioni svolte all’esterno e dove si gode di vista mozzafiato della Terra e dello spazio, oppure al locale dove ci si prepara alle attività esterne.
Gli utenti del Mac sono fortunati, possono usare la migliore combinazione disponibile di hardware e software.
L’hardware non è sempre aggiornato come si deve (si veda il disgraziato MacBook Pro del 2016 o il derelitto Mac Pro cristallizzato al 2013), però è sempre costruito in modo impeccabile e, cosa che conta ancora di più, assolutamente affidabile.
Sempre la solita storia. Arrivi a governare, con le buone o con le cattive, qualche disgraziato paese del mondo e improvvisamente ti ritrovi con conti in banca sempre più gonfi di denaro, ben nascosti nei peggiori paradisi fiscali.
Più il paese è povero più i suoi governanti si arricchiscono, sembra una specie di legge di natura. Ma che volete farci, bisogna pur pensare alla famiglia e al futuro, un colpo di stato è sempre in agguato, chiedere agli spiriti di Gheddafi o di Saddam Hussein che ci sono già passati. Chi vuole saperne di più di persona, invece, può dare una occhiata a questa versione interattiva e dinamica dei Panama Papers, 11.5 milioni di file che raccontano le peggiori nefandezze dei nostri giorni.
Era il 2002, Jaguar era uscito da poco, e io dopo tanti anni decisi di tornare al Mac. Da anni usavo a tempo pieno Linux, ma la grafica spettacolare di OS X unita al cuore che batteva Unix erano troppo allettanti per farsele sfuggire.
Una delle cose che mi piacevano di più di Jaguar era lo sfondo del desktop. Semplicemente spettacolare, niente a che vedere con quello che si vedeva su Linux, un sistema operativo tecnicamente ineccebile ma di aspetto grafico miserrimo.1
L’articolo Accuracy in Wrist-Worn, Sensor-Based Measurements of Heart Rate and Energy Expenditure in a Diverse Cohort, pubblicato qualche giorno fa sul Journal of Personalized Medicine da Anna Shcherbina e coautori, sotto la guida del prof. Euan Ashley del Dipartimento di Medicina dell’Università di Stanford in California ha destato molto scalpore sul web.
Volete fare uno scherzo ad un amico che che usa Windows 7 (o magari anche Windows 8.x) e crede fermamente nella massima “Non avrai altro sistema operativo al di fuori di Windows”? Volete far passare un quarto d’ora d’ansia al collega (o al vicino) spocchioso, secondo il quale Windows è sempre il non plus ultra?