Un amico mi ha chiesto tramite WhatsApp se gli conveniva o no prendere un iMac con il Fusion Drive. Gli ho risposto subito di lasciar perdere il Fusion Drive e di prendere al suo posto un disco SSD e che gli avrei dato una risposta più dettagliata tramite email. Ma dato che l’argomento può avere un interesse più generale e che, bontà sua, l’amico è un lettore di melabit, ho pensato di rispondergli in modo più articolato qui sul blog.
Ho iniziato a rispondere di getto a un commento di Luca, però a un certo punto mi sono accorto che la cosa meritava una trattazione più adeguata e ne ho fatto un post completo. Perché rispetto le opinioni di tutti, ma non si può andare dietro a gente che gioca con la salute, e perfino con la vita, delle persone.
Se la scelta del servizio di hosting più adatto alle nostre esigenze è difficile, ancora più complicata è la scelta del nome di dominio (o solo dominio), cioè del nome univoco assegnato ad un sito web, che lo caratterizza e lo rende facile da ricordare, come ad esempio www.google.com, www.debian.org oppure www.nomesito.it.
Mi hanno sempre incuriosito quelli che rimpiangono i bei vecchi tempi, l’età dell’oro della loro gioventù, ormai tramontata definitivamente e sostituita da novità incomprensibili e negative a prescindere.
Lo dicevano i miei genitori, “Ai miei tempi la scuola sì che era una cosa seria, i ragazzi di oggi invece…” Sono sicuro che lo dicessero (a loro) i miei nonni, “Ai miei tempi la scuola sì che era una cosa seria, i ragazzi di oggi invece…”
Dopo l’introduzione generale di un mese fa (è già passato un mese!), eccoci subito a quello che forse è il passo più difficile della transizione, la scelta del servizio di hosting. Nella maggior parte dei casi, per avere una presenza su internet dobbiamo appoggiarci ad una azienda (provider) che ci mette a disposizione il server che ospita il sito (il servizio di hosting propriamente detto) e tutta l’infrastruttura hardware e software che rende il sito raggiungibile attraverso internet.
La serie di Cartoni morti su YouTube me l’ha fatta conoscere mia figlia più piccola (che ormai è alta quanto me). Sono brutti, sporchi, sgraziati, a volte sono pure cattivi, ma riescono a mettere a nudo i meccanismi della cultura di massa più di tanti editoriali in giacca e cravatta.
Scrivere a mano mi piace. Sono un baby-boomer e per me usare carta e penna è naturale quanto usare lo smartphone per un adolescente di oggi.
Ma non c’è solo la carta, mi piace anche scrivere a mano sull’iPad. Con l’applicazione giusta si può usare il tablet come se fosse un vero e proprio foglio di carta, con il vantaggio di poter correggere quello che si scrive o di poter trasformare la scrittura a mano in un testo modificabile.
È successo anche a me, e proprio come l’avevano descritto Roberto e katsiematsi.
Giorni fa mi è arrivata una email che segnalava la pubblicazione di un nuovo post su Socket 3, uno dei blog che seguo di più in questo momento, che come Melabit si appoggia al servizio gratuito di WordPress.com.
Come promesso, con questo post inizia la descrizione quasi in tempo reale del passaggio del blog da WordPress.com ad un servizio di hosting più flessibile.1
Come ho già scritto tempo fa, WordPress.com offre un servizio impeccabile, comodissimo per chi vuole iniziare ad avere una presenza sul web. Il servizio è affidabile e ragionevolmente veloce, gli aggiornamenti sono automatici, praticamente non bisogna occuparsi di nulla tranne che di scrivere. È veramente difficile chiedere di più ad un servizio gratuito come questo.
Mentre cercavo di far comparire le inserzioni pubblicitarie alla fine dei miei post, mi sono reso conto di quanti servizi di profilazione (tracker) esterni a WordPress.com mettano il naso nelle pagine del blog.
Ci sono naturalmente gli onnipresenti social, collegati tramite i pulsanti di condivisione, e c’è Google Analytics, che lo stesso WordPress.com utilizza per misurare i parametri di accesso al sito.