Uso pochissimo Office di Microsoft e quasi sempre per motivi lavorativi ma devo ammettere che, a parte certe funzioni di Excel, se c’è una cosa che mi piace di Office è la sua interfaccia a ribbon, nella quale tutti i comandi (o quasi) sono raggruppati in modo omogeneo in schede ben distinte.
– Fonte: Jim Varga su Unsplash.
Il computer era girato sul fianco, per terra. Avevo tolto il pannello laterale e stavo guardando l’interno. Ogni volta che apro un PC mi chiedo il senso di tutto quello spazio inutilizzato, un case grande la metà sarebbe quasi sempre più che sufficiente, ma agli utenti il computer piace grande e grande sia.
Come dicevo nella prima parte, Ventoy è un programma open source che fa una cosa sola, ma la fa molto bene: avviare le immagini in formato iso contenute nella chiavetta USB (o nel disco SSD esterno) su cui è installato.
E allora, dopo avervi incuriosito (spero!), vediamo come si installa e si usa Ventoy.
Ventoy è senza dubbio un software di nicchia, buono soprattutto per i tecnici e i geek curiosi di esplorare il funzionamento dei sistemi operativi. Non serve a tanti, ma se serve diventa subito indispensabile.
Cos’è Ventoy? Ventoy è un software open source con cui si può creare una chiavetta USB da cui eseguire gli installatori dei principali sistemi operativi a partire dalle loro immagini in formato iso (ma anche da quelle in formati meno comuni, come wim, img o vhd). Sono supportate tutte le versioni di Windows dalla 7 in poi, così come un gran numero di distribuzioni di Linux e di derivati di BSD Unix, ChromeOS e perfino i principali virtualizzatori bare-metal.1
Il mio primo computer casalingo è stato il Commodore VIC-20, una tastiera beige da collegare alla TV che all’accensione metteva a disposizione ben (ben?) 3.5 kB di memoria (sì, avete letto bene, erano proprio 3.5 kilobyte, 3.500 byte).
Il VIC-20 costava poco, è vero, ma quei 3.5 kB disponibili erano davvero troppo pochi e mi costruii subito una scheda di espansione da 8 Kb di RAM statica, più lenta e costosa di quella dinamica ma con un circuito elettronico molto più semplice, adatto ad un hobbista inesperto come me. Accendere il VIC e avere 11.5 kB a disposizione sembrava un sogno. Peccato che il computer fosse inadeguato lo stesso.
“Vieni, ti faccio vedere una cosa.”
L’amico più grande mi fece entrare in un’ala dell’istituto di Fisica dove non ero mai stato. Avevo appena iniziato la tesi e il mio nuovo status mi permetteva di andare dove i semplici studenti non erano ammessi.
“Guarda!”
Eravamo entrati in una stanzetta piccola e ingombra di scaffali, al centro c’era una scrivania come tante con sopra un monitor e una tastiera. Ma erano piccoli, molto più piccoli di quelli che ero ormai abituato ad usare.
– Fonte: What obsolete computer punch cards reveal about the history of information design in today’s era of unseen data.
Sono stato combattuto a lungo sul nome da dare a questa serie. In un primo momento avevo scelto “Racconti dal sottosuolo”. I primi computer che ho usato stavano proprio sotto terra, prima sotto il vecchio Dipartimento di Fisica di Torino e l’anno dopo nella dependance sotterranea del centro di calcolo dell’Università (ora c’è un supermercato), dove riuscivo ad entrare di straforo grazie all’aiuto di un amico che studiava informatica. Stare sottoterra, quindi, è stato per me all’inizio una condizione naturale per usare un computer.
Per la tesi avevo un problema: dovevo cercare di calcolare se era possibile realizzare un nuovo dispositivo elettronico funzionante a bassissima temperatura, quello che nel titolo della tesi sarà un “dispositivo ad anello di giunzioni Josephson”.1 In teoria era una idea interessante, perché la configurazione ad anello rendeva il dispositivo meno soggetto al rumore magnetico, ma anche se le equazioni matematiche dicevano che funzionava, non era affatto detto che fosse davvero fattibile.
– Fonte: Martina Leuderalbert su Unsplash.
Alle elementari la maestra mi aveva insegnato a non sommare le mele con le pere, cioè a non mettere insieme (o paragonare) cose e fatti molto diversi fra loro. Non ha quindi senso sommare 3 litri di acqua con 5 chilogrammi di farina o chiedersi se 40 metri sono più o meglio di 20 secondi.
Non sono un early adopter e quindi non ho mai avuto fretta di acquistare l’ultimo prodotto tecnologico. Non è per snobismo, ma piuttosto perché, come succede con le automobili, so per esperienza che i difetti iniziali (quasi) inevitabili di questi prodotti vengono corretti solo dopo la seconda o la terza iterazione.